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Eventi e speciali

Waterloo

Waterloo

Stefania Portaccio presenta il suo libro

Informazioni utili

  • Categoria: Pubblicazioni
  • Data: 25/09/2019
  • Dove: Lecce
  • Indirizzo: Libreria Liberrima - Corte dei Cicala, 1
  • Orario: 18.30

Waterloo

Poesie 2011 - 2017. "LietoColle" Edizioni

Dialogano con l’autrice Maria Occhinegro e Daniela Attanasio

L'autrice. Stefania Portaccio è nata a Lecce e vive a Roma. Pubblica per la prima volta le sue poesie nel volume collettivo 7 poeti del premio Montale (1986). Seguono le raccolte Contraria Pentecoste (1996), Continenti(2006), La mattina dopo (2011). Nel 2016 pubblica Il padre di Cenerentola e altre storie, riscrittura per adulti di dodici fiabe dei Grimm, in forma di prosa e ballate. Nel 2017 pubblica con Mimesis Pane per i denti, racconti di letture, raccolta di saggi narrativi intorno all’esperienza del leggere. Sempre nel 2017 un suo racconto, Dortmund, riceve il premio InediTO – Colline di Torino.

Il libro. Postfazione Nel suo ultimo libro di poesia, Waterloo, Stefania Portaccio dà forma, più di quanto non abbia fatto nelle tre raccolte precedenti, a una lingua spezzata e poi ricucita, verso dopo verso, con l’aiuto di figure linguistiche sempre incisive che stringono la frase nel senso stretto – o meglio schietto – delle sue argomentazioni. Il flusso della scrittura è rapido ma complesso, nutrito da inversioni e scarti sintattici, da certi barocchismi costruiti, si direbbe, per il piacere di stupire se stessa più che il lettore, da tagli operati seguendo la diversa luce del giorno o dalla aggressiva, insistente analisi demolitrice della sua introspezione. Non c’è pietà per l’io volitivo che dà voce al libro, così aderente al suo animus, la parte guerriera della combattente che finisce sempre per rivolgere l’arma contro se stessa: “tutti i versi che ho scritto li detesto…” eppure “cocciuta insisto / a me sgradevole / e penso e scrivo in modo / deplorevole”. Il libro è pervaso da questa insofferenza rivolta ai risultati della scrittura che non può mai raggiungere la pienezza di senso desiderata e che fanno da specchio agli esiti deludenti delle avventure umane. Le ambiguità comportamentali nelle relazioni amorose, per esempio, offuscano il primato della logica razionale e non premiano le aspettative di un amore compiuto e certo. Sono una sfida ma anche un’offesa alla lucidità dell’intelligenza, sempre perdente nel confronto con la durezza dell’amore. La dimensione dell’esperienza è dunque insufficiente – nelle tante e diverse manifestazioni del vivere – a soddisfare le esigenze di conoscenza della donna e della poeta; per questo è necessario mordere e graffiare il più possibile la crosta del mondo, quel “masso senza appiglio” così difficile da contenere in un orizzonte di realtà. Ma a questa insufficienza si può mettere riparo con i dettagli del quotidiano, affidandosi al tratto tagliente dello sguardo e delle soluzioni stilistiche. Il verso allora si forma e si chiude in una riduzione semantica di inusuale secchezza, il suono è scandito dal battito dell’allitterazione e da rime cercate con sfrontata intenzionalità, interne alla spinta ironica e a volte comica della scrittura. Senza lamenti o troppo sofferte afflizioni, Stefania Portaccio va avanti nella sua corsa con il tempo della poesia, ritraendosi solo quando la vena dell’ironia si occlude al ricordo della figura materna scomparsa troppo presto dalla sua vita e ormai troppo lontana: “fredda e calda eri, affascinante / stupida e penetrante”. Condanna all’autobiografia e salvezza nella poesia – quest’ultimo il tema della prima sezione, Dall’orlo,– sono gli spazi nei quali si concentrano gli spasmi involontari di cervello e cuore, la velocità dell’idea e della sua elaborazione poetica, l’aspirazione al pieno che è sempre ingannevole, la lotta all’avarizia dell’amore ma anche la fascinazione per l’inesattezza della vita, lo stupore, l’incanto dell’abbaglio: “scelgo lo sbaglio, … l’abbaglio / nulla m’attira quanto il suo incanto”. E poi le tante ferite prodotte dalle tante mancanze che per scelta o destino non vengono mai riempite come fossero il combustibile per la sua battente marcia poetica.


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